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Il signore dai buffi capelli e occhiali qui sopra è uno dei geni viventi del nostro pianeta: Seth Lloyd. Professore al MIT e all’Università di Santa Fe è il principale fautore della teoria della teoria della complessità. Questa giovane teoria sostiene che un sistema non si basa mai su meccanismi lineari. Ogni azione in un sistema è strettamente connessa con altre in un panorama interconnesso (cosa ci ricorda cari “internauti”?) e che la semplificazione in problemi singoli e lineari con cui gli scenziati operano comunemente è un’estrema semplificazione per poter scomporre il sistema e isolare i problemi.

IL DIGITALE E’ UN LINGUAGGIO “COMPLESSO”

Se i buoni Boole e Leibniz e amici ci hanno regalato il concetto secondo il quale il digitale offre una meta-grammatica, Seth Lloyd ci apre la strada alla comprensione del fatto che questa meta-grammatica genera un linguaggio estremamente complesso. Un linguaggio che vive nel calcolatore e finché vive nel calcolatore è in grado di interconnettere le opere generate con quel linguaggio.

L’INTERCONNESSIONE DELLE OPERE

In questa possibilità (ovvero la grammatica comune, e la possibilità di connettere opere nel calcolatore) vediamo l’origine (ovviamente teorica) di quello che dagli specialisti dei media viene chiamato transmedia, o cross-media, o che dir si voglia. Ovvero l’abilità di comunicatori e artisti del digitale di interconnettere linguaggi e opere di categoria differente (video, immagine, testo ecc.) che vivono però immersi nella medesima grammatica: il digitale. E nel medesimo contenitore: calcolatore. E nella sua estensione: la rete. Le opere si hyperlinkano allo scopo di risolvere un problema comune: il messaggio finale al visitatore/lettore.


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